Fiorenza Taricone è attualmente professoressa associata di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi di Cassino e Lazio Meridionale e componente del Senato Accademico dell’Università per il triennio 2012-2014

La prof.ssa Fiorenza Taricone è di sicuro l’autorità che il territorio della provincia di Frosinone può esprimere se si parla di pari opportunità e di lotta alla violenza di genere.

1. Il suo curriculum dimostra chiaramente che da anni studia il fenomeno nelle sue diverse espressioni. In un commento secco direbbe che oggi c’è più attenzione verso il rispetto delle diversità e verso le donne?

C’è una lotta culturale e politica per far capire l’importanza del rispetto, e dell’impegno necessario a modificare mentalità e comportamenti, ma direi che siamo ancora lontani dalla meta.

2. Si tratta di un fenomeno che va analizzato in modo diverso quando ci riferiamo al panorama locale?

Le donne hanno inventato sul campo da secoli la globalizzazione e la transnazionalità quando ancora non c’erano i termini, perché la questione femminile e le sue problematiche sono sempre state trasversali in tutte le epoche, costumi, culture e religioni, fatte salve le distinzioni. In una parola l’oppressione femminile non ha conosciuto confini e se la globalizzazione viene intesa con un significato prevalentemente economico con valenze negative, quella di genere non ha avuto effetti meno nefasti.

3. Qual è lo scoglio maggiore da superare?

Direi che siamo tutti d’accordo nel pensare che sia un problema culturale, ma il guaio è che molti pensano che debbano cambiare solo gli altri senza cominciare da sé. Invece penso che si debba essere nello stesso tempo individualisti e collettivisti nel senso che ci si deve informare non solo attraverso l’indottrinamento dei media e dei social, sorvegliare il linguaggio personale e quello all’esterno di noi, e una volta riconosciuti i pregiudizi e gli stereotipi combatterli. Come ho talvolta detto e scritto, c’è una differenza fra pregiudizi e stereotipi: i primi li riconosciamo perché li sottoponiamo alla critica della ragione, i secondi sono più insidiosi perché appartengono alla sfera profonda di noi, quasi inconsci e quindi più difficili da individuare e modificare. Se si sta sempre chini sul proprio cellulare, difficilmente cogliamo la realtà degli sguardi, delle richieste d’aiuto celate per tanti motivi, insomma, guardiamo senza vedere; invece siamo sempre pronti a rilevare le insufficienze della politica e delle istituzioni.

4. Quali sono gli strumenti necessari e imprescindibili che le istituzioni possono utilizzare?

Pensando alle generazioni che verranno, sulle quali possiamo agire contando sulla loro elasticità, occorre introdurre nel sistema scolastico di ogni ordine e grado i tanti testi antidiscriminatori basati su una cultura della parità oggi presenti nell’editoria; ma anche risarcire economicamente le vittime di violenze domestiche e non, compresi i figli vittime di violenza assistita, perché rifarsi una vita non è gratis; ascoltare le associazioni femminili e professionali, il volontariato, che in prima persona hanno esperienza da vendere; organizzare sistematicamente corsi di formazione obbligatori a tappeto anche per le forze dell’ordine, avvocati, magistrati, per non far sì che come sempre, da decenni, le vittime divengano colpevoli e invece di sperare in un processo equo, diventino a loro volta processate. Basta ascoltare le domande che vengono rivolte nei processi alle vittime per farsi un’idea.

5. La pandemia ci ha lasciato un prezzo altissimo pagato dalle donne per i confinamenti domiciliari imposti per limitare i contagi da Covid19. Un’emergenza nell’emergenza che ha messo in luce una verità rimasta celata fino ad oggi. Una volta usciti dalla pandemia, esiste un rischio concreto che le violenze domestiche tornino nel dimenticatoio?

Per molto tempo ho pensato, detto e scritto che la violenza contro le donne, le bambine, le diversamente abili, non fosse un’emergenza, ma un problema strutturale di tutti e tutte; ora penso che siano compresenti, e cioè che sia un’emergenza e insieme un dato strutturale.

6. Fare squadra è di sicuro una delle soluzioni per il contrasto concreto alla violenza: chi sono gli ‘attori’ che, a suo avviso, devono far parte della squadra?

La storia siamo noi e la società siamo noi, tutti abitiamo una data comunità che si chiama politica per questo; certamente una filiera si compone di tanti attori, ma per far emergere il disagio, c’è bisogno di un’azione dal basso; occorre che le persone di prossimità conquistino la fiducia delle donne con pazienza, sappiano ascoltare; poi mano a mano, famiglia, amiche, insegnanti possono agire come veicoli per salire i gradini successivi, quelli formali e istituzionali; certamente le tante donne che hanno denunciato sono trainanti, e il loro esempio può essere contagioso, ma per molte donne sono anche esempi in parte irraggiungibili perché la violenza psicologica le ha private proprio di quella forza necessaria a salire i gradini.

7. Ad una donna che vive il disagio di una condizione di violenza cosa sentirebbe di dire per iniziare a tenderle una mano?

Direi che la possibilità di un futuro diverso esiste sempre, per tutte, che in loro non c’è niente di sbagliato, che fallito un amore ne esiste magari uno più felice, che l’amore proprio perché si chiama così, non c’entra niente con la violenza, che nessuna è proprietà di nessuno.